Archive for the 'libri' Category

Liber interruptus

LettriceM Gennaio 18th, 2008

Diversamente da molte persone che conosco quando un libro non mi piace lo mollo. Ci provo fino a che posso, ma poi, più o meno allo sbadiglio e al senso di fastidio rispettivamente numero 30 e 25, abbandono il libro, lo accarezzo amorevolmente, perché sempre ad una famiglia importante appartiene, e poi lo lascio lì. Con o senza segnalibro, quasi senza alcun rimorso.
Ecco, quindi, che ho deciso di inaugurare una nuova tag che magari potrebbe diventare un giorno una pagina a sé stante, prima del crollo del blog avevamo la pagina dedicata ai libri ora, in controtendenza, potremmo fare quella dei “libri abbandonati”. Prima di tutto di serve un titolo degno, quindi dateci sotto con le idee, poi serve, come sempre, la vostra partecipazione.
Come vi comportate se un libro non vi piace? Lo leggete fino in fondo o fate come me?
Se fate come me, quali libri avete abbandonato?
Per iniziare vi cito i miei tre ultimi abbandoni, in più di un anno direi che ci si può stare.
In ordine di tempo sono:

Scirocco di Gerolamo De Michele

Fuori da un evidente destino di Giorgio Faletti

La cattedrale del mare di Idelfonso Falcones

L’ultimo è stato abbandonato proprio oggi a pag. 115 dopo aver emesso una serie di grugniti niente male. D’altronde venivo fresca fresca da quattro libri che mi hanno dato grandi soddisfazioni quindi non posso lamentarmi.
Comunque, per quanto riguarda i tre abbandoni direi che sul primo non ci metterei la firma ma il secondo e il terzo so che hanno riscosso certamente critiche positivissime. Che dire… de gustibus…

Conto su di voi, sulle vostre spiate e anche sul trovare un titolo acconcio per questa benedetta categoria che non lo lessi mi pare davvero triste e non aprite quella pagina mi sembra quantomeno eccessivo e comunque troppo lungo… liber interruptus?????

Radunate le donne

LettriceM Gennaio 5th, 2008

Mentre ero alla ricerca di alcuni regali di Natale i miei occhi si sono posati su un libro e non sono riuscita a non comprarlo, in questi giorni (anzi in queste notti… tanto per cambiare), l’ho letto. Il libro si chiama “Saranno le donne a salvare la madre terra” ed è stato scritto da Jean Shinoda Bolen, una psicoanalista e docente di psichiatria, autrice di saggi e opinionista di fama internazionale. Devo dire che la lettura mi ha provocato reazioni altalenanti in quanto intriso di una combattività che condivido ma fino ad un certo punto ma che mi fa anche sorridere gioiosamente perché tipica di un certo tipo di donne “naturali” che mi piacciono molto. Parte dall’analisi di culti antichi, dell’importanza, celata dal maschilismo patriarcale, della figura della donna nell’antichità anche nella dimensione divina. Interessante l’excursus così come le conclusioni cui tende. Ciò da cui in parte mi distacco è quella parte che fa trasparire una rabbia primordiale e che secondo me, ma posso essere in errore sia sull’interpretazione che sul concetto, poco serve a cambiare il mondo. Sono assolutamente d’accordo sul necessario intervento delle donne per la salvezza della nostra povera madre terra ma non credo che si possa arrivare a qualche risultato se si continua a provare odio e rancore. Comunque l’argomento centrale del libro è ben altro. Il titolo originale è, come spesso accade, molto più esaustivo, concludente e indicativo del succo della questione. Urgent message from Mother: gather the women, save the world”. Che in italiano suonerebbe, più o meno, come “Messaggio urgente dalla Grande Madre: radunate le donne, salvate il mondo”. Tutto questo prende spunto, come ci racconta l’autrice, da un’iniziativa nata via internet nel 2003 che invitava le donne a organizzare raduni nella giornata dell’8 marzo o comunque dedicati a tale data: la giornata internazionale delle donne. Quell’anno furono organizzati ben 405 raduni sparsi nel mondo (o forse di più, ma di 405 si ebbe notizia) e parteciparono ad essi anche alcuni uomini che credevano e credono nella potenza dell’intervento femminile.
La voglia delle donne di fare qualcosa nasce dal loro essere interiormente madri, che lo siano o meno biologicamente. Dalla caratteristica primordiale di portare in sé un amore compassionevole ma allo stesso tempo dotato di una forza indistruttibile, dalla conoscenza atavica che è dentro di loro e deve solo trovare la via per riemergere a livello consapevole. Tutte caratteristiche diverse, seppure complementari, a quelle dell’uomo. Ecco perché il loro intervento in determinate aree sarebbe ed è essenziale a livello planetario.
Ogni piccolo cerchio porta in sé il germe del cambiamento e tanti piccoli cerchi possono fare la differenza.
Il libro porta esempi illustri come quello delle vedove e orfane dell’11 settembre che riuscirono a smuovere le indagini fino a giungere a risultati insperati o come le iniziative di prestiti di microcredito ed altri ancora.
L’idea centrale è quella di formare appunto dei cerchi di donne che hanno la voglia e l’energia per cambiare qualcosa, per portare un po’ di serenità nel mondo, per venire in aiuto dei più deboli che sono tutti sempre e comunque figli della Madre Terra e dunque nostri, di ognuna di noi. E di venire in aiuto anche della Madre Terra stessa, facendo sì che venga rispettata e nutrita anziché seviziata. Un gruppo di donne che si riunisce ha in sé la forza per creare tutto questo o quanto meno di dare stimolo a tutto questo agendo nel proprio microcosmo. Si è d’aiuto innanzitutto le une alle altre e, grazie a questo singolo portato, anche a coloro che ci vivono intorno. La condivisione di idee, esperienze personali, gioie e dolori, obiettivi comuni crea un centro energetico che può generare altra e più potente energia. In questi cerchi si crea a mio parere, anche dove non lo si sa, quel centro spirituale che l’autrice dice essere importante per questo tipo di esperienza. Laddove vi sia, infatti, comunione di sentimenti si crea forse anche comunione di intenti pur se in presenza di diversità di credo. Basta una candela, una singola preghiera, o anche solo un pensiero d’amore rivolto a qualcuno che soffre ed ecco che il centro spirituale è sorto.
Trovare questo libro “per caso” mi ha fatto sorridere perché questo era uno degli argomenti dei quali avrei voluto qui parlare in quanto è un’esperienza che a fasi alterne sto vivendo e che si è creato in maniera piuttosto spontanea, nascendo dalla voglia di un gruppo di amiche di darsi sostegno vicendevole in un momento difficile per molte ma anche condito dalla progettualità verso obiettivi comuni di aiuto umanitario.
Credo valga la pena di valutare in questo momento che ogni piccola cosa può cambiare la situazione tragica in cui si vive. Non smettiamo mai di dirlo e spero anche di farlo.

Riporto di seguito un brano del libro e che a sua volta cita un’altra fonte. Dopo aver citato un saggio in cui Clarissa Pinkola Estés ricorda l’importanza di ogni piccola azione per cambiare il mondo, ribadendo che milioni di piccole azioni alla propria portata (e fatte da persone che non si arrendano all’apparente immutabilità delle brutture del mondo), fanno la differenza, la Shinoda Bolen scrive:

A Tale for All season sul “nulla più del nulla” di Kurt Kauter mi è arrivato via email, gusto in tempo perché potessi aggiungerlo qui. Che si tratti di un fiocco di neve o della centesima scimmia o del milionesimo cerchio, il messaggio è sempre lo stesso: continuate a fare quello in cui credete. Non fermatevi solo perché non riuscite a vedere la differenza che state facendo. Conservate la fiducia nel fatto che, quando siete gentili o vi adoperate perché sia fatta giustizia o rendete più felice qualcuno in questo mondo o più ameno un posto sulla Terra, state contribuendo alla pace.

«Dimmi quanto pesa un fiocco di neve», chiese un passero a una colomba selvatica.
« Nulla più del nulla» fu la risposta.
«In tal caso devo raccontarti una storia» disse il passero.
«Sedevo su un ramo di abete, vicino al tronco, quando cominciò a nevicare. Non avendo niente di meglio da fare contai i fiocchi di neve che si posavano sui rametti e sugli aghi del mio ramo. Arrivai a 3.741.952. quando il fiocco di neve numero 3.741.953 cadde sul ramo, nulla più del nulla, il ramo si spezzò».
Detto questo il passero volò via.
La colomba, fin dai tempi di Noè un’autorità in materia, riflettè per un po’ sulla storia e alla fine si disse: «Forse manca solo la voce di un’unica persona perché la pace possa giungere nel mondo». ”

Un’ultima cosa che mi viene da dire è che il cerchio ha tante valenze tra cui quella di proteggere ciò che accade al suo interno ma, se ci pensate, quando buttate un sasso nell’acqua ciò che si crea è un insieme di cerchi concentrici che si allargano, ecco, io immagino i cerchi di donne e di uomini con simili ideali ed obiettivi come dei propulsori energetici che emettono le loro positive onde vibrazionali radianti che investono anche chi non ne sa nulla. Un modo in più per portare propositi, idee ed azioni tutto intorno a noi. Nello stesso tempo l’energia si irradia verticalmente traendo forza e conoscenza dall’alto…

Echi perduti

LettriceM Maggio 20th, 2007

Ancora un libro per arrivare a qualcosa di più.
Me ne parlò killinMilk e pensai che l’argomento fosse affascinante, in libreria (e qui ci sarebbe un altro aneddoto sul mio simpatico libraio Montone…) non lo trovai e per un po’ non ci pensai più, fino al giorno in cui, in gita fuori città, entrata in una libreria (sì, sono incorreggibile) vi inciampai letteralmente sopra e decisi di prenderlo malgrado anche chi per primo me ne aveva parlato lo ritenesse per me forse troppo cruento.
Echi perduti di Joe R. Lansdale è un libro che si legge tutto d’un fiato. Un thriller particolare e avvincente. Harry, il protagonista, dopo una forte crisi di orecchioni, che si trasforma in una violenta otite, scopre, in giovane età, di avere un dono di tutt’altro che facile gestione: recandosi in luoghi che sono stati teatro di eventi violenti, cadendo in una sorta di trance, ne rivede e rivive il verificarsi come se fosse stato lì nel preciso istante in cui accadevano. L’unica a credergli è Kayla, sua amica e primo amore, che però si trasferirà presto in un’altra città. Il dono di Harry è in realtà legato non solo alla memoria insita negli oggetti e nei luoghi ma anche e soprattutto ai suoni, sono questi a risvegliare nei luoghi il susseguirsi degli eventi. Harry trascorre parte della sua vita a sfuggire il suo dono arrivando a scegliere con maniacalità i luoghi in cui vivere, i percorsi da fare e i locali da frequentare. Vive in una sorta di isolamento, con le pareti del suo appartamento tappezzate di materiali insonorizzanti, frequentando un unico amico Joey che si rivela una compagnia tutt’altro che positiva. Durante una delle solite serate votate all’ubriacatura Harry incontra Tad, un uomo non più giovanissimo dedito anche lui all’alcoolismo. Sarà grazie a questa nuova amicizia che entrambi ritroveranno il proprio equilibrio attraverso lo studio e la pratica delle discipline orientali. Harry inizierà una nuova vita. Un nuovo amore che si rivelerà tragico ma che lo aiuterà comunque ad uscire dal suo guscio. Fino al ritorno di Kayla, che, ricordando le magnifiche doti di Harry, gli chiederà aiuto per svelare il mistero che ammanta la morte di suo padre, un ex poliziotto trovato impiccato diversi anni prima e il cui presunto suicidio è stato coperto dai suoi ex colleghi poliziotti. Harry si farà coraggio e affronterà i suoi doni mettendoli al servizio della verità per aiutare l’amica mai dimenticata e la aiuterà a scoprire le reali cause della morte del padre e a riabilitarne così la memoria.
Quante volte, entrando in una casa abbiamo strane sensazioni, quante volte sentiamo che quel luogo ci accoglie o ci respinge, quante volte toccando un oggetto abbiamo l’impressione che nasconda una realtà e un vissuto che ci sfuggono!?! Gli oggetti sono formati di materia e la materia conserva una sua memoria, un ricordo, un’impressione. Le stesse mura della nostra casa raccolgono emozioni in un modo tale che noi stessi stentiamo a crederci. Le energie ristagnano ed è possibile per noi sentirle, basta mettersi in ascolto. Di qui antichi riti di purificazione delle case, di qui le benedizioni sacerdotali, di qui la pulizia di oggetti acquistati usati, di qui strani legami che sentiamo con cose che vediamo per la prima volta. Qualcuno prima di noi ha creato, maneggiato, osservato, riprodotto quegli oggetti imprimendogli la propria energia. Qualcuno ha vissuto in quelle case con tutta la sua esplosione di sentimenti positivi o negativi…
E voi? La sentite l’energia delle cose, delle abitazioni, dei luoghi, degli oggetti?

Che beeeee… coff coff… Che belle le librerie

LettriceM Maggio 1st, 2007

Tranquilla mattinata di primavera.
Il sole splendeva, il vento soffiava (cit.).

Lui: “Signorina, buongiorno… di nuovo qui?”
Io: “Eh sì, ho già finito tutto
Lui: “Signorina ma lei non dorme mai?”
Io: “ Beh, sa, soffro d’insonnia…
Lui: “Ma ci sono molte altre cose interessanti da fare di notte”
Io: “… … … sa non sto lavorando in questo periodo, leggo ANCHE DI GIORNO
Lui: “Potrebbe venire a lavorare qui… è bella, sorride sempre…”
Io: “… … eh sarebbe bello, io adoro i libri, il loro odore, averli tra le mani… senta è arrivato il libro che avevo ordinato?
Lui: “Sì, gliene do anche un altro… prenda questo, intanto le ordino gli altri che mi ha chiesto”
Io: “Bene, grazie, arrivederci, ci vediamo domani

E fu così che mi ritrovai a leggere La lettera d’amore di Cathleen Schine, un libro scritto con ironia, abbastanza divertente, non esattamente il mio genere ma carino… la storia d’amore tra una libraia e il suo giovane commesso… La trama gira intorno ad una misteriosa lettera che la libraia trova tra le sue carte e che mette in moto una serie di indagini mentali sul possibile mittente. Un libro pieno di sorprese e anche di passione, non mancano scene di sesso ma raccontate con delicatezza. Vi lascio la lettera, e vi prego… non chiamatemi Capra!


Cara Capra,
come ci si innamora? Si casca? Si inciampa, si perde l’equilibrio e si cade sul marciapiedi, sbucciandosi un ginocchio, sbucciandosi il cuore? Ci si schianta per terra, sui sassi? O è come rimanere sospesi oltre l’orlo di un precipizio, per sempre?
So che ti amo quando ti vedo, lo so quando ho voglia di vederti. Non un muscolo si è mosso. Nessuna brezza agita le foglie. L’aria è ferma. Ho cominciato ad amarti senza fare un solo passo. Senza neanche un battito di ciglia. Non so neppure quando è successo.
Sto bruciando. E’ troppo banale per te? No, e lo sai. Vedrai. E’ quello che capita, è quello che importa. Sto bruciando.
Non mangio più, mi dimentico di mangiare, mi sembra una cosa sciocca, che non c’entra. Se ci bado. Ma non bado a niente. I miei pensieri straripano furiosi, una casa piena di fratelli, legati dal sangue, che si dilaniano in una faida:

“Mi sto innamorando”.
“Tipica scelta stupida”.
“Eppure… L’amore mi tormenta come se fosse dolore”.
“Sì, continua così, manda a puttane la tua vita. E’ tutto sbagliato, e lo sai. Svegliati. Guarda le cose in faccia”.
“C’è una faccia sola, l’unica che vedo, quando dormo e quando non dormo”.

Stanotte ho buttato via il libro dalla finestra. Ho provato a dimenticare. Tu non vai bene per me, lo so, ma quello che penso non mi interessa più, a meno che non pensi a te. Quando sono accanto a te, davanti a te, sento i tuoi capelli che mi sfiorano la guancia anche se non è vero. Qualche volta guardo altrove. Poi ti guardo di nuovo.
Quando mi allaccio le scarpe, quando sbuccio un’arancia, quando guido la macchina, quando vado a dormire ogni notte senza di te, io resto,
come sempre,

Montone

Tre donne, tre stili

LettriceM Aprile 17th, 2007

Da qualche parte dovrò pure iniziare a parlarvi di quello che sto leggendo in questo periodo e, allora, perché non partire con tre libri scritti da tre donne, tre storie, tre diversi generi.

La tredicesima storia di Diane Setterfield. Un romanzo con la R maiuscola, scritto in maniera delicata e appassionante. E’ la storia di Margaret Lea, figlia di un libraio che compra e vende libri antichi e introvabili, cresciuta tra i libri, quasi in una realtà parallela, che viene contattata da una delle più famose scrittrici viventi, Vida Winter, affinché scriva la sua biografia. Di qui si comincia ad alzare il velo sulla vita della scrittrice, da sempre volontariamente ammantata dal mistero. Non voglio svelare molto perché il libro è in vendita da un paio di mesi e molti di voi non lo avranno ancora letto. La storia è affascinante e coinvolgente, i luoghi sono descritti con grazia e con una tale armonia di particolari che ci si trova a vagare per stanze e giardini alla ricerca della verità. Molti personaggi si alternano sulla scena, ognuno portando un pizzico di chiarore sul mistero. Un rebus da ricostruire.
Ma la cosa più bella è il modo in cui il libro è scritto. Il modo, soprattutto, in cui viene descritto il rapporto di Margaret con i libri, il suo perdersi in essi, il viverne le pagine, la delicatezza nello sfogliare e decodificare antichi manoscritti e ancora un’antica simbologia che ritorna: una libreria composta di 7 locali, un luogo dei fatti che si chiama Angelsfield, fantasmi e misteri… Fino al valore terapeutico dei libri: Margaret che cura la sua astenia attraverso la lettura dei Taccuini di Sherlock Holmes di Sir Conan Doyle.
Vi copio un solo brano: “Il mio compito non è vendere libri – a quello pensa mio padre – ma custodirli. Spesso e volentieri sfilo il volume e ne leggo un paio di pagine. Leggere, in fondo, in un certo senso significa custodire. I libri a me affidati, pur se non sufficientemente vecchi da aver acquistato valore con gli anni né sufficientemente importanti da essere ricercati dai collezionisti, mi sono cari anche se, il più delle volte, l’interno è scoraggiante quanto l’esterno. Per quanto banale sia il contenuto, hanno sempre qualcosa che mi commuove. Perché una persona ormai morta un tempo ha ritenuto quelle parole tanto importanti da metterle nero su bianco. Una volta morte, le persone scompaiono. La voce, le risate, il calore del loro respiro. La carne. Alla fine le ossa. Il ricordo perde ogni elemento vitale. È una cosa tremenda e naturale. Qualcuno, però, fa eccezione a questo annullamento. Perché continua a esistere nei libri che ha scritto. Ci è dato riscoprirlo. Con il suo carattere, il tono di voce, i modi. La parola scritta gli permette di farti arrabbiare o di renderti felice. Di consolarti. Di farti sorgere dei dubbi. Di cambiarti. Tutto questo, anche da morto. Al pari delle mosche nell’ambra, al pari dei cadaveri ibernati, ciò che secondo le leggi di natura dovrebbe svanire viene, grazie al miracolo dell’inchiostro sulla carta, conservato. È una specie di magia“.

Tienimi la mano di Glenys Carl, consigliatomi da Willa. Un libro sul quale ho versato più di qualche lacrima. Una storia vera, raccontata dalla protagonista. Una madre svegliata nel cuore della notte perché il figlio ventunenne, lontano da lei migliaia di km, ha subito un grave incidente e rischia di morire. La lotta di questa madre contro e al fianco delle istituzioni in un mondo in cui la riabilitazione non viene sufficientemente considerata dalle strutture pubbliche, un mondo in cui se una persona si salva dalla morte non esistono i fondi per farle poi riprendere una vita normale. E allora il ricorso alla solidarietà, al volontariato, al passaparola, all’appoggi e all’affetto di sconosciuti. Un libro molto intenso. Una donna forte che trova la forza di reagire e combattere. Ma anche la forza di carattere di un giovane ragazzo che “insegna a vivere” a chiunque lo avvicini e attira su di sé un tale carico di Amore che ci si chiede spesso, durante la lettura, se non sia nato proprio per insegnare la Vita alla gente attraverso la sua dignitosa sofferenza. Un bellissimo e toccante spaccato di verità che attraversa tutti i continenti e che mostra quanto il volontariato sia importante per chi lo fa e per chi ne fruisce.

Morti di carta di Alicia Giménez-Bartelett, un’autrice spagnola che mi era stata consigliata quest’estate KillinMilk e poi, successivamente, anche dall’amica Mammachiocchia. Questo libro fa parte di una serie poliziesca il cui personaggio centrale è un ispettore donna della polizia spagnola di nome Petra Delicado e già il nome è evocativo della personalità dell’affascinante ispettore, un mix di delicatezza e forza, di femminilità spesso dimenticata ma presente nei desideri e negli aneliti più intimi. La trama è avvincente e intricata, nonché, nonostante risalga a qualche anno fa, in accordo con i casi di cronaca di questo periodo: un giornalista d’assalto che si occupa di c.d. cronaca rosa mettendo alla berlina i personaggi del jet set viene trovato barbaramente ucciso. La ricerca della verità si dipana attraverso intrighi di potere e denaro andando ad intrecciarsi con la vita di politici di alto rango. Scandali e mazzette, l’argomento più vecchio del mondo eppure sempre in auge perché, che venga alla luce o meno, è sempre presente nella storia del mondo. La mano femminile dell’autrice tratteggia perfettamente il valore della femminilità e del diverso modo di agire di una donna rispetto a quella di un uomo, il suo intuito sicuramente diverso, non minore né maggiore, rispetto a quello di colleghi uomini. L’attenzione a certi particolari, la lotta interiore di una donna che pur non essendo femminista lotta in un mondo governato da uomini senza perdere, nonostante le apparenze, i tratti caratteriali e tipici di una donna. L’esempio quasi perfetto direi di come i diversi principi, maschile e femminile, dovrebbero collaborare per arrivare alle soluzioni ognuno con il suo apporto particolare e diverso. Nota del tutto personale: l’editore è Sellerio e i suoi libri sembrano costruiti apposta per stare comodi tra mani femminili.

Il principe della nebbia

LettriceM Aprile 4th, 2007

Ebbene sì, sono una di quelle persone un po’ maniacali che quando apprezza un autore vuole leggere tutto quello che trova così non ho resistito a questo libricino che occhieggiava dalla mensola della libreria in cui ero entrata. Il principe della nebbia è il romanzo di esordio di Carlos Ruiz Zafón e devo dire che mi ha un po’ delusa, sembra più che altro una prova generale, un’esercitazione, per quello che sarà L’ombra del vento. Lo schema è lo stesso. Il protagonista, il padre di lui che qui gli regala un orologio, mentre nel best seller una penna Mont blank, una storia d’amore, il mistero, il bene e il male. Max Carver, come Daniel, va alla ricerca della verità. Il romanzo è ambientato nel 1943 in un paesino sulle sponde dell’Atlantico dove il padre, un orologiaio, ha deciso di trasferire la famiglia in attesa della fine degli effetti della Grande Guerra. La famiglia di un orologiaio in un paese in cui il tempo va al contrario… Un segreto che si sta per svelare proprio in collegamento al tempo, un “incantesimo” che dovrà essere in qualche modo rotto in un susseguirsi di eventi pieni di stereotipi: un vascello fantasma, un faro, il male raffigurato come pagliaccio, serpente e nebbia, la vendita dell’anima, l’amore che salva e uccide.
L’incipit: Dovrà passare molto tempo prima che Max dimentichi l’estate in cui scoprì, quasi per caso la magia. La frase finale, che non riporterò per non rovinare la sorpresa di chi vorrà leggerlo ma che riporta lo stesso concetto.
L’ho letto d’un fiato perché, nonostante tutto, è ben scritto (a parte gli errori di stampa che personalmente mi disturbano non poco), un po’ scontato ma comunque godibile, anche perché il tutto è racchiuso in poco più di un centinaio di pagine. Una la considerazione che mi saltellava nella testa nel leggere nell’ultima frase il richiamo all’incipit, il richiamo alla magia: l’arte magica che salta all’occhio è quella negativa, utilizzata dal male: ipnotica e tesa a far vincere l’egoismo e l’interesse personale, quella propria di è capace di far vendere l’anima al diavolo, quella fatta di formule e artifici. Eppure sottesa c’è anche la magia positiva, quella dell’amore appunto che alla fine salva e rompe l’incantesimo in un atto di sacrificio estremo… Un libricino con cui passare qualche ora di distrazione, la promessa, forse, del bel romanzo che verrà!

Fratello segno, sorella vita

LettriceM Marzo 11th, 2007

Qualche giorno fa mi hanno regalato questo bellissimo libro che ho letto in poche ore. L’autore, Mariano Ballester, è un gesuita spagnolo che insegna meditazione. Il libro parla dei segni in un excursus che passa per la lettura dei segni all’interno della Bibbia, i segni della Natura e infine quelli propri dell’uomo nel rapporto tra corpo e spirito, essere interiore e esteriorità. Una lettura che può essere affrontata con soddisfazione anche da non “credenti” perché, soprattutto nella seconda parte, lontanissima da qualsiasi bigottismo cattolico.
Quello che maggiormente mi ha colpita è stato ritrovare in esso molti dei modi di rapportarmi alla natura, come se trovassi scritti i miei comportamenti, come se lì vi fosse esattamente la descrizione di quello che faccio e come lo faccio. Allora ho cominciato ad interrogarmi e mi sono tornate in mente molte cose ma soprattutto la sensazione e la certezza che vi sia un comune sapere, un comune sentire, una coscienza collettiva, una fonte a cui tutti attingiamo pur senza rendercene conto e che fa sì che alcune cose siano codificate pur se apparentemente celate dietro la nostra spontaneità. La spontaneità resta, di questo non vi è dubbio, e certe azioni, certe modalità di vivere alcune situazioni ci sono proprie e ci fanno credere che siano assolutamente personali almeno fino a quando, così come è accaduto a me, non le ritroviamo tra le righe o tra le parole di persone che fino a quel momento nulla hanno avuto a che fare con noi. Ecco che allora si apre un mondo nuovo, una diversa consapevolezza, una meravigliosa sensazione di universalità e quelle azioni che compivano nella certezza che fossero quelle “giuste” senza nemmeno interrogarci sul perché appaiono come una sorta di rito ancestrale a cui prendiamo parte ogni volta che le riproduciamo con la serenità nel cuore.

Non è una nuova scoperta per me ma ogni volta che accade mi emoziono e la voglia di continuare a tentare di elevare la mia interiorità per essere sempre più parte di quel mondo condiviso aumenta.

Rivergination

LettriceM Febbraio 17th, 2007

Notte insonne, era prevedibile, così, tanto per tirarmi su il morale, ho ingurgitato l’ultima opera della fantastica Luciana Littizzetto, che dopo la trilogia delle verdure ci delizia con Rivergination, il cui evocativo titolo ci conduce a “l’imenoplastica… non sei più vergine? Mettici una toppa. La toppa sulla topa… Praticamente la rivergination si fa per evitare la svalutation e incentivare la devolution“. Inutile dire che le risate, per chi ama il genere, sono assicurate, anche se, personalmente, mi sono divertita di più con i precedenti libri. Anche stavolta non si salva nessuno: uomini, donne, politici, letterine e letteronze, sportivi, unica categoria salvata? I cartolai! Leggere per credere, non voglio svelare di più.

Vi lascio comunque un assaggino:

…lo smalto sminchiato… La mia relazione con il cosmetico è sempre stata tormentata. Non parliamo poi dello smalto. Forse perché le mani mi servono, le uso, non sono solo due accessori da sventolare per farmi aria con le dita a ventaglio. C’è da dissotterrare i bulbi di tulipano, raschiare le carote, pelare l’aglio, fare m’ama non m’ama coi petali di carciofo. E come se non bastasse sono impaziente. “Che c’entra con lo smalto” direte voi. C’entra, c’entra. Vi svelo un segreto. Sapete da cosa si distingue una donna insofferente? Dall’unghia dell’alluce con lo smalto spatarato. Perché la donna impaziente non ce la fa ad aspettare che asciughi lo smalto. Ha troppe cose da fare. Quindi si infila la calza con lo smalto ancora fresco. E si spatagna l’unghia. Capito maschietti? Se volete sapere fin da subito se quella catwoman che vi siete portati a letto è una donna esagitata e irrequieta scrutatele gli alluci. Il pollicione con lo smalto sfrantecato non mente mai.

L’ombra del vento

LettriceM Gennaio 31st, 2007

Qualche tempo fa ho praticamente divorato L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafón. Per chi ama i libri, la lettura e, soprattutto, subisce il fascino di libri se non antichi almeno vecchi e dimenticati, questo romanzo rapisce fin dalle prime pagine che ci trascinano nel cimitero dei libri dimenticati, un luogo oserei dire magico fin nell’architettura fatta di labirintiche stanze, apparentemente indistinguibili, in cui vengono raccolti e conservati, in attesa di essere dati in adozione, libri “a rischio di estinzione”. Già questo mi ha conquistata irrimediabilmente. Daniel, il protagonista, viene, infatti, accompagnato in questo misterioso luogo dal padre ed è così che è iniziata più o meno anche la mia storia d’Amore con i libri, la passione per i quali mi è stata trasmessa da mio padre che continua, oggi così come quando ero piccina, ad illuminarsi in volto quando gli si mette davanti un libro e che tenta di trascinarmi in continuazione alla ricerca di libri dimenticati e non. I nostri gusti sono completamente diversi e quindi le discussioni non si arrestano mai ma la nostra passione per le pagine stampate, soprattutto se antiche, continua a tenerci legati come un filo indissolubile.
L’ombra del vento colpisce e trascina in una trama assolutamente affascinante. Il libro scelto da Daniel si rivelerà maledetto e porterà il ragazzo in un tale turbine di accadimenti da confondere la sua stessa vita con quella dell’autore del libro, vite legate da similitudini impressionanti. Le pagine si arricchiscono via via di personaggi la cui vita e storia è legata a doppio filo con quella degli altri: nomi, vite, storie e “storia”. Un giallo che, a parte certi fatti un po’ scontati (soprattutto se si è cresciuti a pane e Beatiful), tiene incollati alle pagine (l’ho divorato in due giorni) incuriositi da ogni singola vita dei personaggi “secondari” che a volte prendono tale vigore da far dimenticare i reali protagonisti. Non si può certamente dire che il finale sia “a sorpresa” ma questo nulla toglie al resto del libro di cui restano impresse nella mente situazioni, immagini e persone.
Lo consiglio a chiunque ami leggere, a prescindere dal genere preferito.

Questo luogo è un mistero, Daniel, un santuario. Ogni libro, ogni volume che vedi possiede un’anima, l’anima di chi lo ha scritto e l’anima di coloro che lo hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie a esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza.”

Buona lettura, io vado a cercare il Cimitero dei libri di Roma. ;-)

Voglia di… libri

LettriceM Gennaio 20th, 2007

Lo ammetto, in questi giorni la mia voglia di scrivere e di stare al computer non è certamente ai massimi livelli, sono, invece, immersa nei libri, continuo a leggere in modo quasi spasmodico, come se allontanandomi da essi perdessi qualcosa di fondamentale della vita, come se in questi mesi in cui ho letto pochissima narrativa qualcuno mi abbia fatto mancare l’ossigeno. Ed, inoltre, la mia è una voglia, appunto, “orientata”. Ho voglia di romanzi, di storie, di gialli anche. Credo che tutto ciò sia dovuto alla grande quantità di saggi che ho letto o che, in attesa di essere letti, sono accatastati un po’ ovunque in casa, come se la mia testa avesse deciso di prendersi le ferie da “questioni di studio”.
Seguendo quest’onda, dopo aver finito un interessante libro-guida sul volontariato e nell’attesa che in libreria arrivi l’ultimo saggio che ho ordinato (perché comunque c’è poco da fare, non riesco a farne a meno), negli ultimi giorni ho letto La sorella di Sandor Màrai, Le due morti di Socrate di Ignacio García-Valiño, un giovane scrittore spagnolo emergente che non conoscevo, ed infine ho riletto, dopo parecchi anni, il Profumo di Patrick Süskind. Tre libri diversissimi, tre libri che come sempre mi hanno dato qualcosa di particolare. Soprattutto mi hanno riportato ad un linguaggio che non sia quello della saggistica, un linguaggio più fluido, più “sereno”, più percettibile. E devo dire di aver avuto fortuna perché i tre scrittori, pur nelle loro fondamentali differenze, hanno una caratteristica comune che non appartiene a tutti: la capacità di farti vedere esattamente ciò che descrivono senza cadere nella noia di frasi e concetti ridondanti.
Marài non mi ha tradita, avevo già letto Le braci e L’eredità di Eszter e, anche stavolta, mi ha tenuta aggrappata ad una storia umana di grande spessore tra amore, destino e sofferenza fisica e psichica. E’ stato un po’ come tornare a casa da un amico, un’altra volta immersa in quel suo magistrale approfondimento dell’animo umano e delle sue passioni.
Anche Le due morti di Socrate mi ha piacevolmente sorpresa. Devo dire che l’ho comprato istintivamente. Avevo da pochi giorni pubblicato il post sulla cicuta, sono entrata in libreria e ci ho sbattuto contro, era lì che mi guardava con la sua accattivante copertina rossa e il nome del grande filosofo che campeggiava nel titolo, l’ho girato e sulla quarta di copertina una frase dell’autore che mi ha fatto sorridere, per non dire ghignare, non poco: “Socrate era un venditore di speranza, come Paulo Coelho”. Ero a metà tra il sorriso e una fragorosa risata, fatto sta che il libro era già sottobraccio pronto a finire nella mia busta degli acquisti. Il giallo si articola nell’Atene del V° secolo a.C. intrecciando vita pubblica e privata con un linguaggio svelto e mai noioso. E ovviamente un finale a sorpresa niente male.
E arriviamo a il Profumo, del quale più di ogni altra cosa (visto che ne già ne conoscevo il valore e il contenuto) mi ha colpita la mia reazione. Lo lessi la prima volta durante l’ultimo anno di liceo, io che da sempre ero vissuta annusando qualsiasi cosa (vizio che mi è rimasto) non potei resistere a quel libro uscito da pochi anni di cui tanto si parlava. Ricordo che mi impressionò proprio l’aspetto, per così dire, olfattivo della storia. Ero affascinata da tutti quegli odori e dalla loro assenza e colsi questo aspetto nel libro che mi colpì piacevolmente. Stavolta, invece, fin dalle prime pagine, son stata colta da un senso di ansia e brividi di gelo mi correvano su e giù lungo la schiena man mano che, febbrilmente, proseguivo nella lettura, una lettura che, lo ammetto, non vedevo l’ora che terminasse (ed in effetti, complice anche l’insonnia, è stata una lettura lampo). Come se volessi liberarmi dal libro e con esso dall’inquietante protagonista, come se fosse qui, accanto al mio letto ad annusarmi. Man mano che andavo avanti mi chiedevo come mai fosse così diverso l’effetto che faceva su di me. Forse la scoperta di altri “sensi” egualmente efficaci oltre all’olfatto che, invece, alla prima lettura era forse la mia più importante guida nei rapporti e nella vita? O forse l’essersi questo ancor più acuito?
O, forse, più semplicemente, il fatto che i libri andrebbero letti e riletti nelle diverse stagioni della vita?
E di qui il terrore: cavolo, se rileggo tutto quello che ho già letto, quando leggerò il miliardo di libri che ancora non ho letto? E quelli che ancora devono essere scritti?